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CAGLIARI, ITALY: Italian football legend Gigi Riva shows the Cagliari's shirt, before the friendly football match Italy/Russia at Sant Elia stadium in Cagliari, 09 February 2005. Gigi Riva is the Azzurri's record goalscorer and considered by many to be the country's best ever striker. AFP PHOTO/ Carlo BARONCINI (Photo credit should read CARLO BARONCINI/AFP/Getty Images)
«Sono arrivato a Cagliari massacrato dalla vita, incazzato, chiuso e anche cattivo. Se mi toccavano, reagivo». Così, alcuni anni dopo, Gigi Riva ricorderà gli albori della sua esperienza in Sardegna. In quella sua ammissione c’era il peso di un’infanzia difficile e il bisogno di difendersi dal mondo, ma anche l’inizio di un percorso che avrebbe trovato proprio nell’Isola una personale svolta esistenziale. Cagliari, ancora ignara, lo accolse senza clamore e lui, schivo ed essenziale si consegnò, lasciando che il tempo facesse il suo corso. Osservò e comprese, non chiese mai niente. Poi, senza proclami né gesti plateali, quella presenza così essenziale cominciò a farsi sentire, fino a emergere fragorosamente.
Fu Gianni Brera a cogliere da subito la natura di quella forza così singolare. Lo chiamò Rombo di Tuono, non per alimentare la creazione di un mito, ma per dare un nome a un impeto primordiale, a una potenza che esplodeva senza bisogno di ornamenti. Brera, che amava un calcio audace e di rottura, vedeva in Riva le qualità di un eroe antico, tanto da paragonarlo perfino a Brenno, il re barbaro che non si fermò nemmeno davanti alle mura di Roma. Eppure, dietro quella tempra dominante, c’era un uomo che rifuggiva la celebrazione.
Gianni Mura lo definì invece “Hombre Vertical”, un’espressione che raccontava tanto il suo essere calciatore quanto il suo essere uomo: diritto, coerente, naturalmente incapace di piegarsi a lusinghe e compromessi. Riva non cercò mai il centro della scena e non sentì mai il bisogno di sovrastare i compagni, perché la sua autorevolezza nasceva da una rettitudine silenziosa, riconosciuta da tutti senza essere mai esibita. Cagliari capì rapidamente che quell’uomo non era lì di passaggio. Non cercava consensi di circostanza e non parlava di appartenenza: la praticava. Viveva la città con discrezione, senza occupare spazio, come chi sente di dover rispettare prima di essere rispettato. E così, lentamente, nacque una simbiosi rara: Riva trovò nella Sardegna la stessa fierezza silenziosa che sentiva sua; la Sardegna riconobbe in lui qualcuno che non l’avrebbe tradita.
Il 2 febbraio del ‘76, quando Riva si ruppe per la terza volta e la sua carriera si chiuse di fatto, Brera stavolta reagì con un dolore personale, che andava oltre il mestiere. Evocò García Lorca, ricordando le parole recitate nel lamento per l’amico Ignacio Sánchez, poeta e torero agonizzante nell’arena: «Que no quiero verla!». «Non fatemelo vedere», implorava il poeta spagnolo riferendosi al sangue di Sanchez. Nel suo personale lamento Brera scrisse ancora incisivamente «La notizia del grave infortunio mi è discesa nell’anima come un’amara colata di assenzio».
Per questi e altri motivi la vita di Riva non è stata una linea continua. È stata piuttosto una continua metamorfosi: da Luigi, il bambino del lago, a Gigi Riva, il campione prima e il mito poi, capace di condurre Cagliari dalla provincia al tetto d’Italia. L’eredità che lascia alla Sardegna, tuttavia, non è soltanto sportiva, tutt’altro. È una rappresentazione unica di dignità, lealtà e fedeltà incondizionata. È la dimostrazione che si può essere grandi senza fare rumore, simboli senza cercarlo. Fuori dalla Sardegna, invece, Riva lascia un modello ancora più raro: quello di un uomo che non ha mai separato il talento dalla responsabilità, la grandezza dall’umanità. Il suo esempio, la sua integrità, hanno ottenuto in cambio da un popolo che ama e sa farsi amare un’inevitabile e straordinaria dimostrazione di riconoscenza.
La sua storia è sbocciata proprio qua, in Sardegna, e ancora qua, nella sua Cagliari, due anni fa esatti, il 22 gennaio 2024, chiudeva in silenzio l’ultimo capitolo, lasciando agli altri il privilegio di fare rumore per celebrarne la grandezza, come quando allo stadio, ogni domenica, si aspettava col petto gonfio e il cuore colmo il momento in cui “Gigi Riva tornerà”.

