Gruppo Folk "Tamuli" | Macomer


STORIA DELL'ASSOCIAZIONE

Il Gruppo Folk "Tamuli de Macumere" muove i suoi primi passi nel 2014, ma viene costituito ufficialmente come associazione nel 2015.

Nasce dall’idea di alcuni amici amanti del ballo sardo, delle tradizioni e degli abiti a cui sono profondamente legati e, proprio per questo, tra le sue attività principali ci sono quelle di ricerca e sensibilizzazione della riscoperta della bellezza delle tradizioni locali, attraverso la partecipazione a sfilate, processioni, e manifestazioni varie.

Il gruppo folk prende il nome dalla zona archeologica macomerese di "Tamùli", zona di rilevanza internazionale risalente all’età del bronzo medio. Questa si trova incastonata in un'altura tra il centro abitato e le pendici del Monte di Sant’Antonio, dove i monti del Marghine si congiungono con quelli del Montiferru; oltre al villaggio nuragico con annesso nuraghe è presente la zona funeraria con ben tre Tombe dei Giganti, e sas pedras marmuradas, betili mammellati e non, esattamente 3 e 3, sicuramente riconducibili alla "Dea Madre" e al "Dio Toro".


ABBIGLIAMENTO FEMMINILE

La prima variante dell'abbigliamento femminile presenta “Sa Camisa” di lino lunga sino alle ginocchia, veniva alcune volte messo poi “S’imbustu”, bustino di velluto nero, per le donne sposate ricamato con motivi floreali variopinti, da allacciarsi sul davanti con stringhe di tela scura . “Su Zippone” di velluto nero, era plissettato sotto le spalle e nei polsini, mentre all’altezza dei gomiti risultava a palloncino.

“Sa Gunnedda” gonna di orbace nera era plissettata a “Coa ‘e Puzzone” (coda d’uccello) e sopra veniva indossata “Sa Farda”, grembiule di lino bianco o di broccato nero stretto in vita per allargarsi in basso.

“Su Mukkaloru”, il fazzoletto, era in seta bianca e si allacciava sotto il mento sopra la quale si metteva il velo in broccato nero o bianco appuntato con degli spilloni.

La seconda variante era utilizzata per i matrimoni e successivamente venne adottato come abito di gala dalla nobiltà. “Sa Camisa” era anche questa in lino bianco con pizzi nelle maniche e sul davanti, dove era arricciata. Sopra veniva indossato “S’imbustu” forse il pezzo più bello e ricco dell’abito, ricamato o di broccato con simboli di buon auspicio e prosperità futura come grano, grappoli d’uva e motivi floreali, era arricchito da passamanerie di colore oro e veniva allacciato sul davanti con filo rosso. “Su corittu” era un giubbino di panno rosso ricamato nel retro e nelle maniche presentava due grandi aperture, dove usciva la camicia, bordate di verde.

La gonna “Sa Gunnedda” era di colore rosso plissettata e con una balza che cingeva il fondo ricamata con motivi floreali chiusa alle estremità con passamanerie. “Sa Farda” era il grembiule n seta bianca anche questo finemente ricamato o di broccato di vari colori.

Sul capo veniva posato “Su Mukkaloru” in seta allacciato sotto il mento e il velo in tulle detto “Su mukkaloru a s’isparta”.


ABBIGLIAMENTO MASCHILE

"Sa este de fittyànu", detta comunemente "Este", era il vestito quotidiano. Classico era "Su Zippone” completamente di velluto a doppio petto, con maniche lunghe da dove uscivano i polsini della camicia (Camìsa) di lino bianco, ricamata nel colletto alla coreana e chiusa sul davanti.

I pantaloni erano "a Trumba" di fustagno nero e conservavano il risvolto come nel gonnellino de "Sa este de Kàstigu". Chi non si poteva permettere una “este de Kàstigu” per le feste, allora indossava “Sa este de fittyànu” con “Su Zippone ricamato” in filo Nero.

"Sa este de Kàstigu" (da Kastigare = custodire) veniva usata solo da chi si poteva permettere un altro abito oltre a quello giornaliero. "Sa camisa" era di lino e presentava ampie maniche a sbuffo che uscivano dalle aperture de "Su Zippone", anche questo a doppio petto, di orbace nero sul davanti e di velluto rosso nel retro e nelle rifiniture del colletto e delle maniche.

Al di sotto de "Su Zippone" troviamo "Sos cartsònes", ampi pantaloni di lino che si indossavano sotto "Sas Ragas", gonnellino corto d'orbace nera a ventaglio plissettato, con risvolti in vita. Sotto tale risvolto si sistemava "Sa ‘Entrera" o "Tabbachera", una sorta di marsupio in pelle, che fungeva oltre che da cintura anche da tasca per contenere il tabacco. Sotto le ginocchia erano presenti "Sas Carzas" ghette anche queste in orbace che si infilavano in "Sos cartsònes", avvolgendo la gamba e venivano legate con una stringa al polpaccio.

In tutti e due gli abiti si usava "Sa Berritta", classico copricapo maschile di panno pesante o di orbace nera. A Macomer veniva usata molto lunga e solitamente ricadeva su una spalla. Altri elementi che potevano completare l'abito erano "Sa Pedde", gilet di pelle chiazzato, e "su gabbanu", cappotto lungo fino ai calcagni con cappuccio.


CURIOSITA'

Situata al centro della Sardegna, all’intersezione delle principali reti stradali e ferroviarie, Macomer ha proprio in questa "centralità" la sua caratterizzazione storica ed economica. Punto di riferimento di una vasta area geografica, Macomer ha sviluppato e rafforzato negli anni una vasta rete commerciale, sia nella piccola che nella grande distribuzione, con interessanti ricadute occupazionali minate oggi, però. da una crisi generalizzata.

Centralità geografica, economica e inurbamento hanno – di conseguenza – portato Macomer al ruolo di città di servizi.

Si svolge, per lo più in primavera, la Mostra Regionale del Libro, la più importante manifestazione culturale-libraria della Sardegna e sempre in primavera si svolgono mostre-mercato anche nazionali di bestiame ovino, caprino e bovino.

Ricca di pascoli e di un patrimonio zootecnico di alta genealogia, può contare su circa 32.000 pecore selezionate e oltre 3.000 capi vaccini. Per questo Macomer, con grandi motivazioni, si è conquistata l’appellativo di ”Capitale del formaggio”. Oggi la Città è sede del Consorzio sardo laziale per la Tutela del Formaggio Pecorino Romano, il formaggio sardo più esportato nel mondo (Usa e Canada in particolare).

E’ certamente da segnalare la festa campestre (1-13 giugno) in onore di Sant’Antonio da Padova: si tratta della sagra più suggestiva per fede, folklore e spettacolarità. La città conta circa 11.000 abitanti, vi è attivo un Museo etnografico. Sono visitabili nel territorio numerosi siti archeologici di epoca nuragica e non. Da segnalare le aree archeologiche di "Tamuli", "Filigosa" che da il nome all’epoca nuragica, "Santa Barbara" con l’omonimo nuraghe quadrilobato, senza dimenticare le chiese di San Pantaleo, parrocchia storica, Santa Croce, sede delle antiche confraternite e Santa Maria de su Succursu di epoca medievale e restaurata in anni passati.

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