L’istituzione di “un patto educativo digitale”: è il tema al centro della mozione presentata oggi in Consiglio comunale, a Sassari. L’idea è quella di creare un quadro di riferimento chiaro per l’uso della tecnologia da parte dei più giovani, coinvolgendo scuole, famiglie, esperti e associazioni per promuovere un’educazione digitale più equilibrata.

Esperienze simili sono già state avviate in altre città italiane, come Milano, dove un Patto Educativo Digitale è stato sviluppato nell’ambito del progetto MUSA, finanziato con fondi del PNRR. Anche a Sassari, un’iniziativa del genere potrebbe essere un punto di partenza per colmare il divario digitale e creare una comunità più consapevole.

Le proposte concrete

Per rendere efficace questa iniziativa, il Consiglio Comunale ha proposto di: coinvolgere associazioni locali che si occupano di educazione, benessere e digitale per sviluppare un approccio condiviso al problema; creare un tavolo di lavoro con scuole, esperti e famiglie per definire un vero e proprio Patto Educativo Digitale; organizzare campagne di sensibilizzazione per genitori, insegnanti e ragazzi, in modo da informare sui rischi e sulle opportunità dell’uso della tecnologia; estendere il Patto all’intera comunità, coinvolgendo enti locali, scuole e realtà educative per promuovere un uso responsabile del digitale.

L'intervento del consigliere Alessandro Ponti

“Educazione non può essere demandata agli specialisti”

Nel corso dell’incontro, l’intervento del consigliere di minoranza, Alessandro Ponti: “Inevitabilmente una mozione non può affrontare l'universo mondo di un tema così complesso, profondo e affascinante quale è quello dell'educazione, e questo intervento non ha certamente la pretesa di esaurire le problematiche ad esso legate, né quella di definire tecnicamente e scientificamente la questione. Ma vorrei cogliere l'occasione per condividere quello che ritengo sia importante tener presente e che la professione di insegnante mi ha permesso e mi permette di osservare. Il termine ‘educazione’ è un termine pregnante e ingenuamente si può credere di circoscriverlo in una sola definizione, ma altrettanto ingenuamente molti dispensano consigli concreti e buone pratiche su come si dovrebbero educare i ragazzi. Al netto di questo, però, credo fermamente che l'educazione non possa essere demandata agli specialisti”, afferma l’esponente di opposizione.

“Tutti, bene o male – prosegue –, educhiamo in quanto adulti e la responsabilità della crescita dei nostri ragazzi, figli, alunni o anche quelli che incontriamo per strada, ricade su ciascuno di noi. La presente mozione, per ovvi motivi, ha lo scopo precipuo di iniziare ad affrontare il tema del rapporto spesso problematico tra giovani e tecnologia. Ritengo però sia opportuno ampliare l'orizzonte, perché circoscrivere una situazione slegandola dal tutto in cui essa è inserita rischia di essere il principio del fallimento. Si riscontrano quotidianamente le fragilità che i più giovani vivono e anche chi non ha la fortuna di un contatto diretto con loro può riconoscerle; basterebbe aprire i giornali o i social, come si diceva pocanzi. Oggi i ragazzi vengono descritti da noi adulti nei modi più disparati: insicuri, disillusi, chiusi, sfaticati, ansiosi, demotivati, reattivi, distaccati, insensibili, sentimentali, dimissionari, incostanti, distratti, poco creativi, incapaci di iniziativa, privi di autostima e ciascuno potrebbe allungare l’elenco per ore. Questo sembra essere l'identikit che gli cuciamo addosso, e più li guardiamo così, più loro iniziano a guardarsi così”.

"Comunichiamo col corpo prima che con le parole: i ragazzi ci capiscono"

“Ma – è l’invito a tutti del consigliere – prendiamo coraggio e domandiamoci: loro cosa vedono in noi? Immedesimandoci e guardandoci dal loro punto di vista, vorremmo essere come siamo? Non è che sono proprio le nostre vite quelle che gli trasmettono queste fragilità? Siamo forse noi persone certe verso il futuro, che affermano ideali per i quali val la pena vivere e morire? Siamo noi disposti a vivere il sacrificio invece che il comodo, il dono di sé all'altro invece che l'egoismo, la lotta per la verità invece che il compromesso? Non siamo forse noi i primi che spesso dubitano che la vita abbia un senso, un destino buono e vale tutti i dolori che inevitabilmente ha incontrato, incontra e incontrerà? Anche se spesso soffochiamo queste domande nella presunta concretezza della vita pratica, il derubricarle all'astratto ci apre all'assurdità. Come ci testimonia il filosofo francese Paul Ricoeur: ‘Il mondo moderno si presta ad essere pensato sotto il duplice segno della razionalità e dell'assurdità crescenti. Scopriamo che gli uomini mancano di giustizia, di amore, ma ancor più di significato’. E Viktor Frankl, neurologo sopravvissuto ai lager nazisti, più perentoriamente afferma: ‘Il dubbio circa il fatto che l'esistenza umana sia dotata di significato, finisce per condurre alla disperazione. Tale disperazione ci si presenta come decisione di ricorrere al suicidio’”.

“Se sono gli adulti i primi a disperare – si domanda ancora – cosa si può pretendere dai ragazzi? Nel rapporto con gli studenti, ma con i ragazzi in generale, sto imparando tanto. Credo che tutti gli insegnanti possano confermare che da come si abbassa la maniglia della porta, da come si oltrepassa la soglia della classe e si poggia la borsa sulla cattedra i ragazzi capiscono subito la disposizione del docente verso di loro, se è lì per il 23 del mese o se ha a cuore la loro crescita, la loro riuscita, il loro bene. Mi scuserete se a conferma di questo, racconto un episodio che mi è capitato e che mi ha segnato profondamente, capitato qualche anno fa. Dopo una nottataccia passata in preda a tante preoccupazioni, nell'arrivare la mattina in classe sono stato placcato da uno studente il quale, senza che neanche avessi aperto bocca, mi ha spiazzato con una domanda: ‘Caspita professò, oggi non è felice vero?’. Nell'andare in un'altra classe, stessa scena con un altro ragazzo. Se il primo l'avevo un po' ignorato, il secondo mi ha costretto a interrogarmi e mi ha fatto capire un caposaldo dell'educazione: noi, volenti o nolenti, comunichiamo noi stessi e comunichiamo precisamente ciò che più ci abita, ciò che più ci coinvolge, ciò che siamo, al di là delle parole che possiamo proclamare”.

"Dobbiamo riaffermare il valore della relazione"

“Un altro aspetto che il rapporto con i ragazzi mi sta insegnando è che la pretesa di educare senza dispormi a essere a mia volta continuamente educato è illusoria – riflette ancora –. Tutti abbiamo la necessità di guide che ci aiutino ad affrontare le diverse circostanze della vita, che ci accompagnino oltre le selve oscure che la vita ci riserva e a cui possiamo dire come Dante a Virgilio: ‘Miserere di me […] Tu se' lo mio maestro’, e tenergli dietro. Per ritornare alla quaestio, oltre i giovani, anche noi adulti non possiamo superbamente esimerci dal cercare di conoscere questi strumenti che abbiamo nelle nostre mani, che danno sempre più forma alla nostra personalità e che sempre più spesso diventano filtro delle relazioni. Basta sollevare lo sguardo a quest’aula, con ironia senza flagellarci: al primo attacco di noia tutti siamo portati ad innalzare lo scudo di uno schermo nero. Salvo poi scoprire che non è solo uno scudo, ma, quando se ne abusa, un potenziale veleno soprattutto nelle mani dei più piccoli. Al di là di facili condanne e sterili demonizzazioni, dobbiamo riaffermare il valore della relazione: corsi, seminari, conferenze, laboratori sarebbero inutili, se non controproducenti, qualora pretendessero sostituire il rapporto umano tra genitori e figli, tra adulti e giovani, tra ciascuno di noi e i ragazzi che conosciamo”.

“La conoscenza non si accresce nella solitudine, ma fiorisce dentro relazioni buone e significative. Concludo confermando l'approvazione della mozione, nella speranza che non muoia in un archivio, ma che sia il seme di una pianta rigogliosa di cui la nostra Sassari potrà vantarsi”, conclude Ponti.