PHOTO
Le proteste studentesche degli ultimi giorni e delle ultime settimane hanno portato in piazza, dalla Francia all'Italia, migliaia di giovani per denunciare le condizioni delle scuole, la mancanza di insegnanti e risorse e le difficoltà economiche legate al caro vita. La mobilitazione è partita in Francia a inizio settembre dal liceo Théodore-Monod di Le Rheu, in Bretagna, intrecciandosi successivamente con le proteste dei docenti contro i tagli previsti dalla legge di Bilancio 2027 e con quelle de Il coordinamento dei gilet gialli contro il caro vita.
In Italia venerdì 16 ottobre il ‘No Meloni Day’ ha coinvolto diverse città, con manifestazioni contro il degrado degli edifici scolastici, il sottofinanziamento dell'istruzione, il tetto agli studenti stranieri nelle classi e i fondi destinati all'industria bellica. A Cagliari centinaia di studenti si sono radunati in piazza Garibaldi per raggiungere il Consiglio regionale, con lo slogan ‘Soldi alla scuola, non alla guerra’. Sabato 17 il corteo si è ripetuto, con la partecipazione anche degli universitari che hanno protestato contro il caro vita e il caro affitti. Due giornate che, nel capoluogo sardo, si sono svolte in un clima pacifico, mentre in altre città italiane si sono verificati episodi di violenza e vandalismo.
In questo contesto si inserisce la riflessione affidata inizialmente ai social network di Camilla Soru, consigliera regionale del Partito democratico e presidente della commissione Cultura del Consiglio regionale, che venerdì ha anche incontrato una delegazione di studenti arrivati sotto il palazzo di via Roma per chiedere di essere ascoltati dalle istituzioni. Abbiamo affrontato con la consigliera le motivazioni, le richieste e i protagonisti in sé delle agitazioni studentesche svoltesi durante lo scorso fine settimana nel capoluogo sardo.
“Li ho incontrati venerdì perché sono arrivati sotto il Consiglio regionale. Erano certamente rumorosi, come è giusto che sia, non ci trovo niente di strano. Le manifestazioni esistono anche per creare un po' di confusione, perché se non ti disturbo forse è anche difficile che mi ascolti”. È questo, secondo la consigliera, uno degli aspetti che rischiano di perdersi nel dibattito sulle manifestazioni: le richieste degli studenti vengono messe in secondo piano quando l'attenzione si concentra esclusivamente sugli episodi di violenza verificatisi in altre città, pur ribadendo con forza la necessità di condannare ogni forma di violenza. “La violenza va sempre, sempre, sempre stigmatizzata”, afferma. Ma la condanna, per lei, non può essere il punto finale della discussione. “Io vorrei veramente andare alla base di quella violenza e capire da dove arriva, perché purtroppo lo sappiamo benissimo, la storia ce lo insegna, quello che è successo in Francia ce lo insegna. Spesso le escalation non arrivano da chi scende in piazza a manifestare perché non può comprare le penne. Spesso le escalation vengono gestite ad arte per spostare la discussione da una cosa che sta accadendo, che è grave e che meriterebbe di essere ascoltata dalla politica e dal governo. Invece si sposta l'attenzione su tutt'altro e si cerca di delegittimare una protesta che è molto seria”.
Soru racconta di aver chiesto ai ragazzi se volessero essere ascoltati anche dalle istituzioni e di aver proposto loro di organizzare una piccola delegazione. “Quindi sono saliti nel mio ufficio in quattro, peraltro provenienti da scuole molto differenti: c'era un ragazzo di un istituto tecnico e una ragazza che veniva dal Convitto per esempio. Erano rappresentate realtà molto diverse”. L'impressione emersa dal confronto, spiega, è stata quella di trovarsi davanti a giovani capaci di esporre con chiarezza le proprie ragioni. “Come sempre accade quando parli davvero con i ragazzi giovani, mi sono sembrati tutti molto intelligenti, tutti molto centrati e tutti molto consapevoli di quali fossero i problemi, con lamentele molto coerenti”. Tra le questioni affrontate c'è stato il caro vita, che rende più difficile per alcune famiglie sostenere le spese scolastiche. “Se io, in quel momento, rappresento le istituzioni e ascolto dei ragazzi che mi dicono che il caro vita sta creando seri problemi ai loro compagni, che fanno fatica ad acquistare il materiale scolastico, certo che penso che ci sia bisogno di manifestare. Noi diciamo sempre che la scuola dovrebbe essere il posto più democratico di tutti, il grande ascensore sociale del Paese, e poi ci sono giovani che fanno fatica ad acquistare il materiale scolastico, ad andare in cartoleria a comprarsi i quaderni. È accettabile?”. Con gli studenti, Soru ha cercato di concentrarsi sulle richieste che possono trovare risposta attraverso le politiche regionali. “Ovviamente abbiamo cercato di concentrarci sui temi che potessero essere affrontati dalla Regione e di cui potesse farsi carico. Abbiamo deciso di organizzare un incontro partecipato con gli studenti per provare insieme a ragionare su misure che li potessero aiutare proprio sulla questione del materiale scolastico”. Durante il colloquio è stato toccato anche il tema della lingua sarda, vissuta da alcuni giovani con frustrazione per il fatto di non conoscerla. “Mi ha fatto molto piacere: abbiamo parlato molto di lingua sarda, volevano avere notizie e informazioni sui progetti di inserimento curricolare della lingua sarda a scuola. Ho illustrato ai delegati la proposta di legge quadro già depositata, che dedica una parte proprio alla lingua sarda. Ho detto loro che potevamo discuterla insieme. La legge quadro prevede una parte importante dedicata alla lingua sarda e possiamo esaminarla per capire se risponde effettivamente alle loro esigenze”.
Tra le segnalazioni raccolte ci sono anche quelle relative ai rapporti con alcune dirigenze scolastiche. La consigliera cita innanzitutto il caso del Convitto, dove, secondo quanto raccontato dagli studenti e riportato nella comunicazione fatta ai genitori dall’istituto – inviata alla Redazione insieme alle comunicazioni delle altre due scuole -, “Il dirigente scolastico avrebbe detto che la loro scuola non aveva particolari problemi”, quindi le loro proteste non sarebbero state giustificate da reali motivi. Per Soru, il fatto che studenti di istituti differenti si siano ritrovati in piazza è anche un segnale di solidarietà tra coetanei. “Come se i ragazzi non dovessero essere solidali gli uni con gli altri, come se uno dovesse manifestare soltanto per un problema che lo riguarda direttamente. Invece io trovo che sia molto corretto che un ragazzo che magari non vive il problema del caro vita, perché ha la fortuna di venire da una famiglia con una condizione economica serena, scenda in piazza in maniera coerente per sostenere i compagni o i coetanei che quel problema lo stanno vivendo”.
Il Convitto, nella comunicazione alle famiglie, ha riconosciuto ‘il valore del confronto democratico e la sensibilità che i ragazzi dimostrano verso le tematiche sociali e studentesche’, richiamando però le regole interne sulla frequenza delle lezioni e sulla partecipazione alle manifestazioni. Il documento del 13 ottobre segnalava che ‘il 16 ottobre sarebbe stato il terzo venerdì consecutivo di assenza dalle lezioni dall'inizio dell'anno scolastico’ e sosteneva che ‘l'istituto non presentasse criticità tali da giustificare un'assenza di massa’. La comunicazione ricordava che la ‘partecipazione a scioperi e manifestazioni studentesche è consentita previa autorizzazione dei genitori e che le assenze ingiustificate possono comportare la convocazione delle famiglie e sanzioni disciplinari’. Il Convitto precisava inoltre di ‘non poter concedere permessi collettivi o straordinari per partecipare ai cortei’.
Anche l'istituto Angioy di Carbonia, nella comunicazione inviata alle famiglie il 17 ottobre, ha segnalato un numero elevato di assenze non programmate in diverse classi. La dirigente ha precisato che ‘le presenze vengono monitorate costantemente e che, qualora emergessero situazioni riconducibili ad assenze collettive od organizzate, la scuola adotterà le misure previste dalla normativa vigente e dal Regolamento d'istituto’. Nel documento si ‘invitano inoltre i genitori a verificare le assenze dei figli attraverso il Registro elettronico e a provvedere alla loro giustificazione secondo le modalità consuete’.
Soru richiama inoltre la comunicazione dell'Alberti, nella quale si faceva riferimento alle conseguenze delle assenze di massa sul voto in condotta.
Il liceo scientifico Alberti, nella circolare del 13 ottobre, ha avvertito che 'le assenze di gruppo sarebbero state valutate dai consigli di classe ai fini dell'assegnazione del voto in condotta nel primo quadrimestre. Il protrarsi di tali azioni non potrà in alcun modo essere tollerato e comporterà ulteriori provvedimenti da parte della scuola’, si legge nel documento, che ‘invita le famiglie a vigilare affinché gli studenti frequentino regolarmente le lezioni’. La comunicazione richiama le proteste legate alle condizioni della sede centrale, soggetta al periodico rinnovo della concessione in quanto i locali sono di proprietà del demanio marittimo e per le quali gli studenti lamentano il persistere dell'inagibilità di cinque aule.
In attesa di eventuali chiarimenti da parte dei tre istituti sopramenzionati, proprio l'Alberti, spiega Soru, è al centro di una vicenda strutturale che si trascina da tempo. “Anche se è una questione un po' laterale, quella dell'Alberti è una situazione che va risolta, perché la scuola ha grossi problemi strutturali e ogni anno ci ritroviamo a cercare di capire se li manderanno via oppure no”.
La consigliera chiarisce che l'edificio è sotto la gestione dell'Autorità portuale e non appartiene alla Provincia, come avviene generalmente per gli immobili che ospitano le scuole superiori. L'accordo tra Città metropolitana e Autorità portuale per l'utilizzo dell'immobile è in scadenza, ciò riapre il problema della possibilità di investire nei lavori necessari senza una garanzia sulla disponibilità futura degli spazi. “Il problema è che la Città metropolitana dice: ‘Io non posso fare i lavori se non ho la sicurezza di avere l'uso di quell'immobile per altri cinque anni’ e la questione è ancora attuale. Quest'anno hanno respinto 80 richieste di iscrizione in quella scuola, perché non hanno abbastanza aule disponibili”. La consigliera ricorda inoltre che il 12 ottobre il Consiglio metropolitano ha affrontato nuovamente il tema, mentre si cerca una soluzione che consenta di intervenire sull'immobile.
La riflessione finale di Soru riguarda il modo in cui gli adulti guardano alle nuove generazioni nel dibattito soprattutto mediatico. La consigliera individua una frattura generazionale e critica chi, a suo giudizio, non riconosce le difficoltà economiche e sociali che i giovani si trovano ad affrontare. “Io credo che esista una generazione di mezzo, la generazione dei grandi privilegiati, che hanno vissuto il boom economico, in un'Italia che aveva già protestato e manifestato a sufficienza per raggiungere i diritti di cui hanno goduto in tutta la loro giovinezza e vita adulta. Gente che si è potuta comprare una casa in contanti a vent'anni, probabilmente, e che non ha idea di che cosa voglia dire faticare e di che cosa voglia dire combattere, cercare di farsi ascoltare per avere un diritto garantito, ad esempio il diritto all'istruzione e il diritto a una scuola democratica”.
Poi il passaggio più duro, nel quale Soru contesta apertamente l'atteggiamento di chi interpreta la partecipazione alle manifestazioni come una semplice scusa per saltare le lezioni. “Questo atteggiamento, me lo si conceda anche se non è un termine troppo istituzionale, da ‘boomer’, di vedere un ragazzo per strada che manifesta per un suo diritto e pensare che non abbia voglia di andare a scuola, mi fa veramente ribrezzo”. La consigliera insiste sulla consapevolezza dei giovani, sulla loro capacità di informarsi e di seguire contemporaneamente temi diversi. “Sono più consapevoli, iper-multitasking, più informati, molto più capaci di informarsi di quanto non lo siamo noi. E io credo che non ci sia niente di più sano di un gruppo di ragazzi che scende in piazza per chiedere il rispetto dei propri diritti”.
Una posizione che si ritrova anche nelle parole della segretaria del Pd Elly Schlein, intervenuta sulle mobilitazioni: “Non è colpa degli autotrasportatori e degli agricoltori che protestano se i prezzi della benzina sono insostenibili. Non è colpa degli studenti che protestano se non riescono a pagare gli affitti e le scuole cadono a pezzi. Il governo si occupi di dare risposte concrete, questo dovrebbe fare un governo. Ci sono le nostre proposte concrete sul tavolo, Meloni pensi agli italiani anziché prendersela con loro”.

