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Vent'anni fa il sequestro di Silvia Melis: 265 giorni nelle mani dei rapitori

Sono passati vent'anni dal sequestro di Silvia Melis, uno dei più eclatanti fra quelli messi a segno dall'Anonima sarda.

Vent'anni fa il sequestro di Silvia Melis: 265 giorni nelle mani dei rapitori

Di: Redazione Sardegna Live


Sono passati vent'anni dal sequestro di Silvia Melis, uno dei più eclatanti fra quelli messi a segno dall'Anonima sarda.

La sera del 19 febbraio 1997 Silvia Melis, imprenditrice 27enne di Tortolì, figlia del noto ingegnere Tito Melis, venne rapita dai banditi mentre tornava a casa in auto. Silvia telefonò col cellulare agli amici che doveva incontrare a cena invitandoli a recarsi da lei. Una volta a casa della donna, gli amici, trovarono la macchina con le portiere aperte e il piccolo Luca, figlio di Silvia, addormentato a bordo. Da quel momento, di lei, si persero le tracce per ben 265 giorni.

La trattativa che seguì con i sequestratori sembrava essere entrata nella fase finale attorno al 15 luglio successivo, ma l'incontro coi banditi per il pagamento del riscatto non ebbe luogo e tutto saltò. Negli ultimi 74 giorni di prigionia Silvia fu tenuta nascosta dentro una tenda.

L'11 novembre 1997, infine, due agenti in borghese di pattuglia su un'auto civetta del commissariato di Orgosolo, notarono una donna che camminava da sola sul ciglio della strada tra il bivio di Galanoli e il ponte di Badu 'e Carros: era Silvia Melis.

La donna raccontò di essere riuscita a liberarsi ed essere scappata così senza pagare riscatto approfittando di una distrazione dei suoi carcerieri. 

L'allora editore de L'Unione Sarda Niki Grauso, invece, fornì una versione dei fatti differente. L'imprenditore cagliaritano raccontò infatti di essere stato lui a pagare il riscatto ai rapitori nelle campagne fra Esterzili ed Ulassai. La magistratura cagliaritana smentì con forza la tesi sostenuta da Grauso che venne indagato per favoreggiamento e tentata estorsione ai danni di Tito Melis. 

Oltre a Grauso vennero indagati il giudice Luigi Lombardini e l'avvocato Antonio Piras, accusati al pari di Grauso di aver fatto credere alla famiglia Melis di avere contatti con i rapitori, e l'allora direttore de L'Unione Sarda Antonangelo Liori, accusato di aver accompagnato da Grauso il medico che curò Silvia Melis dopo il sequestro. Successivamente venne indagato per estorsione e favoreggiamento anche Luigi Garau, difensore della famiglia Melis.

L'11 agosto 1998 il giudice Luigi Lombardini, poco dopo un interrogatorio dei magistrati di Palermo ai quali era passata la competenza del processo, si suicidò nel proprio ufficio. Le accuse dei magistrati di Palermo si basavano su alcune intercettazioni e sulla testimonianza di Tito Melis. L’imprenditore ogliastrino raccontava di aver riconosciuto il giudice Lombardini in un uomo dal volto coperto da un passamontagna che aveva incontrato di notte, nelle campagne di Elmas, durante il rapimento della figlia. L’uomo incappucciato avrebbe minacciato il Melis chiedendogli di pagare il miliardo richiesto dai rapitori ed un altro in aggiunta.

Nel 2010 Grauso, Garau e Liori sono stati assolti per quanto riguarda l'estorsione ai danni della famiglia Melis in quanto il fatto non sussiste.

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