Bitti

Il parroco di Bitti dalla parte dei pastori: "Non andrò a votare"

"Essere pastori non è soltanto un lavoro, ma bensì un modo di essere, una cultura”

Il parroco di Bitti dalla parte dei pastori:

Di: Redazione Sardegna Live


Il parroco di Bitti, don Totoni Cossu, si schiera coi pastori e con un lungo post sul suo profilo Facebook ha promesso di non andare a votare alle politiche del 4 marzo in segno di protesta. Il sacerdote originario di Orgosolo, dopo anni trascorsi a Gavoi e Nuoro, è divenuto parroco di Bitti nel novembre 2017.

Oggi si schiera a fianco ai pastori della sua comunità e di tutta la Sardegna. "Il prossimo 4 marzo me ne starò in parrocchia – esordisce così – e, per la seconda volta nella mia vita, non andrò a votare. La prima volta perché impossibilitato essendo in missione in Argentina, questa volta perché voglio essere solidale con il mondo delle campagne e far mie le loro proteste".

"Lo so che il mio voto non vale molto – ammette don Totoni  ma nel mio piccolo voglio stare accanto a tutti coloro che in questi anni, sono stati presi in giro dal mondo politico, da quelle istituzioni democraticamente elette che li avrebbero dovuti rappresentare, tutelare e difendere. Nel corso di questi anni ho assistito ad annunci e comunicati sui giornali, ad interviste alla televisione dove si ventilavano milioni di euro concessi ed elargiti ai pastori, salvo poi constatare che si trattava solo di promesse e chiacchiere, perché gran parte delle risorse (erogate, sia chiaro, a tutti gli imprenditori agricoli dell'Unione Europea) dovute e tanto attese sono rimaste bloccate dall’apparato burocratico regionale e nazionale, sempre più lento e farraginoso".

Il parroco prosegue nell'amaro commento. "In più l’opinione pubblica è male informata e fortemente condizionata da questi falsi comunicati, che accusano i pastori di assistenzialismo".

Ma c'è un'ultima speranza: "Non so chi possa farmi cambiare idea. Forse se qualche aggregazione politica o qualche singolo candidato sottoscrivesse nel proprio programma (e si impegnasse moralmente a dimettersi nel caso, dopo un anno, non lo attuasse) di riconoscere che il mondo dei pastori è passato, presente e futuro nella nostra Sardegna. Essere pastori non è soltanto un impiego, un lavoro omologabile ad altre attività, ma bensì un modo di essere, una “cultura”, un’identità".

"Il pastoralismo inteso in senso più ampio è sinonimo di tradizione, idioma, senso di appartenenza e tanti altri valori che trovano la propria matrice nell’istituzione familiare. E ancora... solidarietà, il rispetto della parola data e degli impegni presi, la salvaguardia della natura e del creato, la difesa del bene comune, la promozione dei valori autentici e delle vere tradizioni. Ciò significa che si promuoveranno tutte le iniziative atte a favorire il pastoralismo in Sardegna e ad impedire il depauperamento ed impoverimento delle nostre campagne e consequenzialmente della nostra cultura".

La lunga lettera aperta i conclude con un invito e un'affermazione perentoria: "Da chi è preposto all’amministrazione del bene comune esigo il coraggio di denunciare alla magistratura “per omissione di atti di ufficio” tutta la burocrazia regionale e nazionale, che volontariamente e volutamente, con mille scuse, blocca quanto dovuto al mondo delle campagne. Non credo queste poche righe possano risvegliare le coscienze di una classe politica sorda e, purtroppo, consapevole di ciò che sta accadendo ma la mia volontà, ribadisco, è di non partecipare alle prossime consultazioni elettorali in quanto IO STO CON I PASTORI".

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