Centoventisei scalini separano il sesto piano dalla strada. Per chi vive nel palazzo Splendor di via Ballero, a Nuoro, questi gradini da percorrere rappresentano una barriera che da oltre tredici mesi condiziona pesantemente la vita quotidiana. "Siamo circa venti famiglie e da oltre un anno facciamo sette piani a piedi. La maggior parte di noi è anziana", racconta a Sardegna Live una delle residenti. Una situazione diventata ancora più difficile per chi ha problemi di salute o di mobilità: "Purtroppo una nostra anziana condomina si è fratturata una caviglia e ora non può nemmeno andare a fare fisioterapia. Gli altri ormai non escono quasi più di casa perché non riescono a fare le scale. Siamo costretti anche a pagare qualcuno per farci portare la spesa".

Il problema ruota attorno all’ascensore, fuori servizio da oltre un anno e con un cantiere che, secondo quanto denunciano i condomini, non è mai stato realmente concluso. Per raggiungere l’esterno, gli abitanti devono affrontare quotidianamente una lunga rampa di scale. Per alcuni è una fatica; per altri, soprattutto anziani e persone con difficoltà motorie, è diventata di fatto una condizione di isolamento.

Anche le emergenze diventano un problema

La gravità della situazione è emersa in più occasioni. Una persona anziana ha avuto bisogno di un’ambulanza dotata di sedia montascale anche per poter raggiungere l’esterno dell’abitazione e sottoporsi a una visita di controllo. In un’altra circostanza, raccontano i residenti, anche un intervento per un improvviso malore si è trasformato in una difficoltà per i soccorritori, costretti a muoversi all’interno di un edificio privo dell’ascensore.

"Non è più soltanto un disagio", spiegano gli abitanti. "Per alcune persone significa non poter uscire di casa". A rendere ancora più delicata la situazione c’è poi lo stato del cantiere. Secondo la testimonianza dei condomini, lungo i sette piani dell’edificio sono rimasti materiali e componenti metallici, tra ferri e lastre di acciaio. Le portine dei vani ascensore, inoltre, in alcuni piani sarebbero state lasciate provvisoriamente a protezione dei vani mentre in altri risultano addirittura divelte. Una situazione che, denunciano i residenti, alimenta anche i timori per la sicurezza all’interno dello stabile.

L’ascensore che non entra nel vano

All’origine della vicenda ci sarebbe un problema emerso quando i lavori erano già stati avviati. L’impianto ordinato alla Kone S.p.A., azienda specializzata nel settore degli ascensori, si sarebbe rivelato incompatibile con le dimensioni del vano esistente.

La società, secondo quanto riferito dai residenti e riportato nella ricostruzione della vicenda, sostiene che sarebbe spettato all’amministratore condominiale fornire le misure precise del vano e che tali rilevazioni non sarebbero state ricevute. Una versione contestata dai condomini, che si interrogano sulla circostanza: se le dimensioni necessarie non erano state comunicate, come è stato possibile procedere all’ordine di un impianto che poi non risultava installabile nel vano esistente?

Il problema, a quel punto, avrebbe aperto uno scenario ancora più complicato. Tra le ipotesi prospettate inizialmente ci sarebbe stata anche quella di intervenire su un pilastro portante in cemento armato, elemento strutturale che attraversa l’edificio dalle fondazioni fino ai piani superiori.

Un’ipotesi ritenuta inaccettabile dai condomini, preoccupati sia per le possibili conseguenze sulla struttura sia per i costi che un intervento di tale portata avrebbe potuto comportare. I lavori sono quindi stati fermati.

L’accordo e poi il silenzio

La vicenda sembrava però destinata a trovare una soluzione. Circa tredici mesi fa, durante un incontro tra amministratore, condomini e tecnici della società, sarebbe stata individuata una strada condivisa: ordinare un impianto più piccolo, compatibile con il vano esistente, intervenendo sulle sole portine senza modificare la struttura dell’edificio. Un’intesa che, secondo i residenti, avrebbe dovuto consentire di chiudere rapidamente una vicenda già allora diventata insostenibile.

Da quel momento, però, raccontano gli abitanti, il percorso si sarebbe nuovamente interrotto. La comunicazione tra le parti si sarebbe ridotta, mentre la questione è finita sul piano legale e i rapporti sono passati attraverso gli avvocati. Nel frattempo, l’ascensore continua a non funzionare e il cantiere resta aperto. "Abbiamo aspettato, abbiamo cercato una soluzione e continuiamo ad aspettare", è il senso della protesta dei residenti. Ma ogni giorno che passa significa altre scale da affrontare, altre rinunce e, per chi ha maggiori difficoltà, un ulteriore giorno trascorso dentro casa.

Palazzo Splendor è diventato così il simbolo di un paradosso: un ascensore che avrebbe dovuto garantire mobilità e autonomia e che, invece, da oltre un anno rappresenta l’ostacolo principale alla libertà di chi vive nello stabile, una “prigione verticale” senza vie d'uscita. Centoventisei scalini per arrivare in strada. Ogni giorno. Da tredici mesi. Per alcuni, ormai, sono diventati semplicemente troppi.

Parla l'amministratore: "Negligenza loro. Vicini a risoluzione"

Abbiamo parlato con l’amministratore del condominio, Antonello Pruna, che ha fornito a Sardegna Live importanti aggiornamenti sulla vicenda: “Stiamo procedendo con un accertamento tecnico preventivo per verificare tutta la situazione tramite un legale che è stato nominato dall'assemblea – spiega –. I tempi si sono dilatati per un semplice motivo: il condominio è coperto da assicurazione e anche la tutela legale. Quindi per poter far partire tutta la parte legale abbiamo dovuto fare la denuncia all'assicurazione e aspettare che questa ci rispondesse. La cosa che posso dire è che i legali si sono risentiti ieri mattina e a breve la Kone dovrebbe farci una proposta. Non so che termini abbia, ma penso che sia una proposta risolutiva e anche veloce del problema”.

“Sicuramente – afferma – ci sarà da mettere un impianto nuovo. L'avvocato ha detto che noi, in ogni caso, procederemo con la richiesta dell’accertamento tecnico preventivo. Se la Kone ha toccato dei pilastri, questa è una loro totale responsabilità di negligenza”. Su una potenziale risoluzione della vicenda commenta: “Rispetto alla loro iniziale chiusura totale, sino a gennaio e febbraio, con l’intervento del nostro avvocato hanno iniziato essere più accondiscendenti (l’azienda, ndr.) ma sempre cercando di portare l'acqua al loro mulino. Ora, mettendoli dinnanzi al ‘fatto compiuto’ si sono resi conto della loro negligenza, soprattutto per alcune cose. Noi abbiamo una relazione tecnica che dice che i pilastri sono stati toccati, per cui è loro responsabilità. Se trovi il pilastro – afferma ancora –, ti blocchi e non fai niente, non provi a vedere se il pilastro è dappertutto e provi a tagliarlo”.

Sulle spese: “Abbiamo chiesto di manovrare ulteriori costi. I costi che noi abbiamo già sostenuto, visto che abbiamo anticipato 34 mila euro. Io sono riuscito a bloccare la procedura perché gli impianti da sostituire erano due. Uno è stato sostituito, quindi c'era una spesa fino a 100 mila euro coperta da un finanziamento in 24 mesi. Per il secondo impianto, avrei dovuto dare l’ok per un finanziamento da 50 mila euro, ma l'ho bloccato anche se hanno iniziato i lavori. Ho detto: ‘Non ti dò l’ok finché non vedrò l'impianto qui nel condominio. Se non avessi bloccato tutto avremmo dovuto pagare perché la finanziaria sarebbe partita. Ho chiesto anche un risarcimento poiché il problema sussiste da 13 mesi, che poi diventeranno molto più: anche con un impianto nuovo ci vorranno almeno 4-5 mesi tra produrlo, farlo avere, accelereranno le pratiche e montarlo. Ho chiesto dunque – ribadisce – che ci sia anche un risarcimento, per quanto non sarà mai quantificabile vista la condizione a cui sono costrette molte di queste persone”.

Sulle accuse da parte dell’azienda, l’amministratore chiarisce: “Primo, io non posso entrare nel vano ascensore per prendere le misure. La negligenza è stata del tecnico che è andato a fare il preventivo. Io amministratore, che non sono un tecnico, non posso andare e dire ‘le misure sono giuste’. Sono stati loro a dire che erano quelle, non le ho scritte io. Loro ci hanno provato sicuramente, anche perché ci hanno chiesto, per fare un pilastro che avrebbe ristretto tutto il vano scala in ogni piano, 21 mila euro. Quindi ovviamente i condomini sì sono inaspriti, perché nonostante l’errore l’azienda non è neanche venuta incontro al condominio proponendo, ad esempio, un cinquanta e cinquanta”.

Pruna si dice tuttavia fiducioso: “Penso che si arriverà a una soluzione veloce: mercoledì si sono uniti i vertici. Io sono stato duro con loro dopo un messaggio ambiguo da parte del loro legale da cui mi aspetto un altro tipo di comportamenti; invece, mi è sembrato che volesse soltanto prendere tempo. Quindi ho fatto scrivere al nostro avvocato chiedendogli risposte a tutte quelle che erano le loro proposte. Ho detto: ‘Voglio chiarimenti, perché se l'errore è vostro io vi pago l'impianto nuovo, del vecchio non mi potete far pagare niente’. E’ a quel punto che è arrivata la risposta del loro legale, che ha scatenato la mia reazione. Ho la responsabile dell'azienda, se l'accertamento tecnico preventivo ci darà ragione, noi faremo causa e chiederemo anche il risarcimento danni per queste persone chiuse in casa da mesi.

“Ovviamente – chiarisce – se si riesce preferisco sempre non portare la vicenda in tribunale, perché le lungaggini complicherebbero ulteriormente la situazione per i condomini. Ad ogni modo – conclude – sono fiducioso: la soluzione dovrebbe essere dietro l’angolo. Lo dico incrociando le dita, ma quello che si percepisce è che si stia arrivando a quella soluzione”.