Venerdì 17 luglio 2026 il sito archeologico "Su Nuraxi" di Barumini si trasforma nel centro nevralgico della drammaturgia.

Inserito nella seconda edizione del Barumini Music & Heritage Festival — la rassegna ideata e diretta da Mauro Meli — va in scena “Lo Shakespeare di Verdi”, parte del Festival Multidisciplinare Sardegna, finanziato dal Ministero della Cultura, Regione Autonoma della Sardegna - Assessorato al Turismo e dalla Fondazione di Sardegna.

Protagonista assoluto è Gabriele Lavia, affiancato al pianoforte dal maestro Otello Visconti, per un viaggio essenziale ed entusiasmante dentro una sorta di cortocircuito artistico che ha unito il più grande drammaturgo della storia al più profondo compositore dell'Ottocento italiano.

Con oltre cinquant’anni di carriera alle spalle, Gabriele Lavia rappresenta una colonna portante della cultura drammaturgica italiana. Il suo percorso artistico è costellato di messe in scena memorabili che hanno segnato la storia della prosa: dai capolavori di Pirandello (L'uomo dal fiore in bocca, Il gioco delle parti) all'esplorazione dell'animo umano attraverso Dostoevskij (Memorie dal sottosuolo) e Čechov (Il giardino dei ciliegi), fino alle monumentali letture shakespeariane.

Tra successi cinematografici di culto e la costante direzione dei più prestigiosi Teatri Stabili d'Italia, il lavoro di Lavia guarda al futuro con incessante energia: i suoi progetti a venire continuano a mettere al centro la riscoperta rigorosa dei classici, restituiti alle nuove generazioni senza artifizi, ma con la forza pura della parola parlata.

​A rendere unico il contributo di Lavia al panorama culturale è la sua straordinaria poliedricità. Attore viscerale, regista teatrale rigido e visionario, sceneggiatore e regista cinematografico, Lavia ha dimostrato una capacità rara di cambiare pelle mantenendo inalterata la propria cifra stilistica.

Che si trovi dietro la macchina da presa o da solo sul proscenio, la sua è un’arte totale: analizza i testi con la precisione di un filologo e li interpreta con la carne e il sangue di chi vive la scena come uno spazio sacro. Questa versatilità gli permette di passare dal registro tragico a quello introspettivo con disarmante naturalezza.

Al centro dello spettacolo spicca il rapporto tra Giuseppe Verdi e il Macbeth. Composta nel 1847 e ampiamente rimaneggiata nel 1865 per Parigi, quest'opera rappresenta il momento in cui Verdi rompe definitivamente con gli schemi del belcanto tradizionale per mettere la musica al totale servizio del dramma.

Verdi era letteralmente ossessionato dalla tragedia scozzese: pretese interpreti che privilegiassero la verità drammatica rispetto alla purezza vocale, arrivando a chiedere per Lady Macbeth una voce cupa, persino "dura", capace di restituire la deformità morale del personaggio.

Il confronto tra il Macbeth teatrale di Shakespeare e quello lirico di Verdi rivela una sintonia quasi miracolosa. Dove Shakespeare usa il verso elisabettiano, denso di metifore oscure e visioni allucinate, Verdi risponde con una partitura spoglia di orpelli, dominata da armonie cupe e ritmi ossessivi. Entrambi i giganti mettono a nudo la stessa voragine: la parola di Shakespeare crea lo spazio psicologico della colpa, mentre le note di Verdi ne amplificano il battito cardiaco.

Il testo recitato e l'accompagnamento pianistico di Visconti nello spettacolo mettono in luce proprio questo dialogo: la musica di Verdi non commenta Shakespeare, ma ne diventa l'estensione biologica e sentimentale.

A rendere la serata indimenticabile è la scelta del luogo. Guardare "Lo Shakespeare di Verdi" ai piedi di Su Nuraxi significa immergersi in un cortocircuito di rara bellezza. I blocchi di basalto del complesso nuragico, eretti millenni fa, non sono un semplice fondale scenografico, ma un attore silenzioso e potente. La forza arcaica e misteriosa delle pietre sarde si intreccia in modo naturale con le atmosfere cupe di Shakespeare e la passione risorgimentale di Verdi.

Sotto il cielo stellato di Barumini, il tempo sembra annullarsi: la potenza monolitica della civiltà nuragica abbraccia la potenza narrativa e musicale della grande tragedia, regalando allo spettatore un'emozione primordiale che parla direttamente alla pancia e al cuore.

Ciò che rende la proposta di Lavia vincente è la solida e indiscussa esperienza sul campo. In un'epoca teatrale spesso dominata da trovate registiche pretestuose, Lavia vince puntando sulla sottrazione e sulla maestria artigianale. La sua conoscenza enciclopedica della struttura drammaturgica gli consente di scandire ogni sillaba con il giusto peso specifico. Sorretto dalla trama pianistica di Otello Visconti, Lavia calibra silenzi, accelerazioni e sussurri, dimostrando come la grande maturità d'attore sia l'unico vero motore capace di tenere incollato il pubblico per un'intera serata.

Il racconto si snoda attraverso i nodi tematici fondamentali della condizione umana: l'ambizione sfrenata e la tentazione del potere a tutti i costi, il senso di colpa che corrode la mente e trasforma la realtà in un incubo ad occhi aperti, l'illusione del destino, conteso tra libero arbitrio e profezie che accecano e la solitudine finale di chi, per conquistare un trono, finisce per perdere la propria umanità.

Partecipare a questa serata significa assistere a una vera e propria lezione di teatro e di musica dal vivo. È l'occasione rara di vedere due capolavori della cultura occidentale smontati e rimontati da uno dei più grandi interpreti viventi, capace di rendere accessibile e vibrante la complessità di testi secolari. La combinazione tra la recitazione di Lavia e il pianoforte di Visconti garantisce un'esperienza intima, profonda e intellettualmente appagante.