Nella metà dell'Ottocento, mentre l'Europa veniva travolta dai moti rivoluzionari e l'Italia faticava a trovare la propria unità, in un angolo selvaggio della Sardegna si stava compiendo un miracolo industriale senza precedenti. È in questo scenario di contrasti violenti – tra l’azzurro del mare di Marsiglia e il grigio polveroso delle montagne di Guspini – che la scrittrice sassarese Laura Lanza ambienta il suo romanzo, "Il peso della galena. La storia della famiglia Sanna".

L'opera

Al centro della narrazione svetta la figura monumentale di Giovanni Antonio Sanna, un sassarese visionario che partendo da Marsiglia seppe trasformarsi nel primo vero magnate dell'industria sarda. Sanna fu l'uomo che osò sfidare i colossi del capitale continentale e la burocrazia del Regno Sabaudo per ottenere la concessione perpetua della miniera di Montevecchio, trasformandola in uno dei poli estrattivi più importanti d'Europa. Deputato al Parlamento e fondatore del quotidiano Il Diritto, Sanna non fu solo un capitano d'industria capace di dare lavoro a migliaia di operai, ma anche un colto mecenate la cui eredità vive ancora oggi nel museo archeologico che porta il suo nome a Sassari.

Eppure, quello della galena non è solo il peso del minerale estratto a fatica dai minatori; è, soprattutto, il carico di ambizioni, segreti e conflitti che grava su una famiglia sospesa tra il successo pubblico e il declino privato. Attraverso le pagine del libro, la storia della famiglia Sanna diventa lo specchio di un’intera isola che, proprio in quegli anni, cercava faticosamente di scrollarsi di dosso un passato feudale per abbracciare, con tutte le sue contraddizioni, la modernità. Il romanzo esce per Rossini Editore nel gennaio 2024, ma nel dicembre del 2025 Lanza dà alla luce una nuova pubblicazione, stavolta edita da Santelli.

L'intervista

Abbiamo parlato con la romanziera, che ha condiviso con Sardegna Live un’interessante riflessione sulla società sarda di quegli anni, sull’importanza della figura di Giovanni Antonio Sanna mai del tutto riconosciuta, e sui cambiamenti radicali che l’Isola si apprestava ad affrontare di lì ai decenni successivi.

Il libro ripercorre la vita di Giovanni Antonio Sanna, una figura storica fondamentale per la Sardegna dell'Ottocento. Qual è stato il sentimento, la scintilla che l'ha spinta a trasformare questa cronaca familiare e industriale in un romanzo?

«Principalmente perché si tratta di una storia molto coinvolgente. Non sono partita dall’idea di scriverla sotto forma di saggio o di romanzo, ma proprio dal fatto che mi piaceva. Così ho fatto una ricerca approfondita; una volta che ne ho assimilato ogni dettaglio me ne sono innamorata. Quindi l’idea di scrivere un romanzo è venuta quasi naturalmente, perché attraverso di esso è possibile esprimere dei sentimenti. È stata pertanto la ricerca storica a far emergere una forte passione: in quel momento ho pensato che fosse la strada più giusta per trascrivere le vicende narrate».

Nella nota iniziale specifica che l'opera è frutto d'immaginazione pur rifacendosi a persone reali. Come ha gestito il confine tra la documentazione d'archivio e la creazione dei dialoghi e dei sentimenti dei protagonisti?

«Chiaramente per scrivere un romanzo è anche necessario dar sfogo all’immaginazione. Però è anche vero che, avendo avuto la possibilità di accedere alle lettere private della famiglia, è quasi come se un po’ li conoscessi da vicino. Così quando vai a scrivere i dialoghi è vero che li inventi, ma al tempo stesso hai anche la consapevolezza di cosa in effetti quelle persone pensavano. Ciò mi ha permesso di “giocare” su questo piano, ma in maniera consapevole, senza allontanarmi da quelle persone e da chi erano state».

Il romanzo ci riporta alle vicende del protagonista: Sanna appare come un uomo dalla "volontà d’acciaio" e con una "fede assoluta nella sua missione", ma anche capace di scontrarsi duramente con la burocrazia sabauda che sentiva soffocare la Sardegna. Come definirebbe il suo rapporto con l'isola: ambizione personale o vero desiderio di riscatto per la sua terra?

«Sanna amava moltissimo la Sardegna. Da poco leggevo un intervento in cui si diceva che definisse Sassari parte del suo stesso essere. Sicuramente l’amore per l’Isola era genuino, sincero. La miniera di Montevecchio era una di quelle che aveva più maestranze sarde rispetto alle miniere dell’epoca. Se poi andiamo a vedere tutto quello che investì in terreni ed edifici in Sardegna emerge ancora più vistosamente il suo attaccamento. Per non parlare di ciò che fa nel testamento: un enorme lascito di beni culturali e archeologici che lascia a Sassari per costruire un museo, il Museo Sanna appunto. Credo che questi aspetti bastino a mettere in risalto il suo amore per la Sardegna, che forse nei suoi confronti non è stata altrettanto generosa di sentimenti e di ricordi. Parliamo di un uomo fattosi da solo in un periodo nel quale per un sardo era veramente complicato. Dopo esserci riuscito ha cercato di restituire qualcosa alla sua terra: questo è stato il grande amore».

Pensa quindi che la sua figura non sia stata doverosamente celebrata?

«Io penso che sia così. Perlomeno i primi tempi dopo la sua morte è stato un po’ dimenticato. Racconto un aneddoto che mi ha fatto un po’ sorridere: lui ha avuto grossissime difficoltà con la famiglia Guerrazzi. Di recente ho scoperto che a Nuoro c’è una via dedicata a quest’ultimo, mentre non mi risulta che quasi da nessuna parte, se non a Sassari, ci sia una via dedicata a Giovanni Antonio Sanna. Quindi mi chiedo quanto noi sardi siamo consapevoli dalla nostra storia e quanto forse dovremmo ricordare certi personaggi. Figure come Sanna possono essere degli esempi per i giovani di oggi che aspirano a qualcosa di importante anche partendo da realtà svantaggiate».

Ha individuato i motivi per cui oggi a Sassari e più in generale in Sardegna non vi sia questa percezione dell’impronta che ha lasciato nella storia dell’Isola?

«Sassari è stata un po’ matrigna nei suoi confronti. Già quando era in vita percepiva questa mancanza di affetto da parte dei suoi concittadini, nonostante cercasse sempre di dimostrare il suo sentimento. I motivi sono complicati da individuare. Proprio l’altro giorno abbiamo chiuso il centocinquantenario della sua morte, avvenuta a Roma nel 1875. In quell’occasione proprio uno degli interventi è stato: “Dobbiamo cercare di capire perché Sassari lo abbia dimenticato”. Difficile, probabilmente sono tante concause: sia la classica diffidenza verso chi fa una fortuna così grande in poco tempo, sia un carattere non facilissimo. Oppure i suoi discendenti non hanno fatto abbastanza per onorarne la memoria? In questo momento non ci sono risposte chiarissime».

Il titolo fa riferimento alla galena, minerale di piombo. In che modo è diventata un "peso" non solo fisico per la miniera, ma anche metaforico e psicologico per il destino della famiglia Sanna?

«Il titolo gioca in effetti sull’ambiguità del peso della galena, questo minerale argentifero che viene estratto dalla miniera di Montevecchio e che ha giocato un duplice ruolo nella storia della famiglia Sanna. Il peso come ricchezza, ma anche le difficoltà che una tale fortuna ha inevitabilmente creato alla famiglia: divisioni, gelosie, matrimoni sbagliati. Molto gira attorno a questa ricchezza che ha condotto a situazioni critiche, come appunto gli scontri con la già citata famiglia Guerrazzi. Ecco, potremmo dire che il peso più grande è quello dato dalla brama di galena».

Entriamo nelle vicende del romanzo, coi suoi personaggi, dove spiccano anche le figure femminili: da una parte Mariette, introdotta come una ragazza timida che diventa pilastro della casa. Dall’altra le dinamiche legate alle figlie di Sanna – Ignazia, Amelia, Enedina e Zelì – e ai loro pretendenti. In particolare, il conflitto con i Guerrazzi sembra segnare una frattura profonda.

«Mariette, la moglie, la vediamo effettivamente un po’ crescere. Dalla ventenne di origini spagnole che viveva a Marsiglia diviene una ricchissima signora che vive in Sardegna, ma che può viaggiare ovunque. Però non ha il figlio maschio che desiderava. Non dimentichiamo che parliamo di una società ottocentesca in cui un erede maschile avrebbe garantito la prosecuzione del “nome”, la continuità. Allora inizia a vivere questo conflitto col marito, perché vedono anche sotto un punto di vista differente i ruoli che possono assumere le figlie in famiglia. Quindi non riesce a tutelare il desiderio individuale delle quattro sorelle di un’affermazione sentimentale, perché il padre non glielo permette. Avendo un patrimonio di tale importanza vuole avere anche il controllo su chi si inserisce in famiglia, non rivelandosi altrettanto abile nelle scelte coniugali che sbaglia clamorosamente. Un po’ tutte, in maniera differente, subiscono la ricchezza del padre, fra patti d’affare e matrimoni franati. Proprio citando la figura femminile: una delle grandi tematiche che vengono messe in luce nel romanzo, anche se in maniera indiretta, è proprio il ruolo della donna. Come moglie, figlia o sorella. Una donna che non aveva grandi diritti, né spazi di manovra senza un uomo. Tutto ciò emerge con forza: le figlie di Sanna, o perlomeno alcune di loro, sarebbero state assolutamente in grado di gestire l’eredità paterna, ma venivano contrastate dalle imposizioni della società dell’epoca. Credo che ci possa quindi far riflettere su come il ruolo della donna, seppur benestante, non fosse ancora radicato come, fortunatamente, col tempo sta avvenendo».

Dopo aver scavato a fondo nella storia di questa famiglia, cosa spera che rimanga al lettore moderno della figura di Giovanni Antonio Sanna e del suo impero costruito sul "piombo"?

«Io ho iniziato con una ricerca personale proprio perché mi sono resa conto che la Sardegna ha anche bisogno di riscoprire queste figure. A volte abbiamo la visione del sardo come di una persona isolata che viveva per i fatti suoi e che quasi non conosceva neanche la storia nazionale. Invece studiando mi sono resa conto che i sardi amavano partecipare alla storia nazionale, e hanno dato contributi attivi ai vari episodi del Risorgimento. Avevano le loro idee – federaliste, indipendentiste o anche monarchiche e nazionaliste –. Abbiamo figure politiche di spicco che girano intorno a Sanna, come Giorgio Asproni, con cui condivideva una profonda e intima amicizia. I sardi viaggiavano e si affermavano, anche fuori dall’Isola. Penso che sia, tanto per iniziare, un modo per ristabilire una realtà storica di un sardo che comunque era consapevole del momento storico che si viveva, di ciò che era la Sardegna, anche in negativo. Contemporaneamente anche il pensiero di non vivere nel ricordo del passato, ma proiettarsi nel futuro ed essere orgogliosi di chi ci ha preceduto, di ciò che è stato fatto e del messaggio che può essere positivo, soprattutto per le nuove generazioni».