Un approccio distratto e una lettura banale possono indurre a pensare che si trattasse semplicemente di "giri" per le case alla ricerca di dolci e qualche moneta. Ma dietro le questue che accompagnavano la festa di Ognissanti e la Commemorazione dei defunti si nascondeva un significato più profondo: i bambini, i poveri e altre figure della comunità diventavano simbolicamente i rappresentanti delle anime dei morti, incaricati di raccogliere doni in loro suffragio. Una consuetudine che, in passato, accomunava numerosi territori italiani e che in Sardegna ha conservato una particolare vitalità.

Nella ricostruzione di questo universo di credenze e pratiche rituali ci viene in soccorso l'antropologo Sebastiano Mannia, nel volume Questue e figure vicariali in area euromediterranea (Fondazione Ignazio Buttitta, Palermo, 2015). Attraverso una documentazione folklorica relativa a diverse regioni italiane e una ricerca sul campo condotta nell'Isola tra il 2008 e il 2015, l'autore mette in evidenza le somiglianze e le peculiarità di tradizioni legate al rapporto tra il mondo dei vivi e quello dei defunti.

Una tradizione diffusa in tutta Italia

Le testimonianze raccolte da Mannia raccontano di un'usanza che, fino a diversi decenni fa, attraversava la Penisola da Nord a Sud. I protagonisti non erano necessariamente sempre gli stessi: a seconda dei territori e delle consuetudini locali, a bussare alle porte potevano essere bambini, ragazzi, poveri, sagrestani, campanari e persino becchini.

In Piemonte, per esempio, nella frazione di San Bovo, il pomeriggio del primo novembre i bambini visitavano le cascine chiedendo offerte in suffragio delle anime del Purgatorio. Ricevevano soprattutto uova, fagioli e cipolle. Alcuni indossavano un velo nero sul capo, probabilmente per richiamare simbolicamente l'aspetto dei defunti. Nella zona di Fenils, invece, erano i giovani a raccogliere patate nelle abitazioni: il prodotto veniva successivamente venduto per finanziare la cena organizzata nella notte dei Morti, durante la quale si alternavano anche i rintocchi delle campane a lutto e la recita di preghiere.

In Lombardia, nel Cremasco, era documentata la questua chiamata "circa di mort", durante la quale i poveri raccoglievano pane e farina. Nelle campagne del Mantovano, il 2 novembre si preparavano fave e fagioli da distribuire agli indigenti, mentre in altri centri si cucinavano zuppe destinate proprio a questa occasione.

Tradizioni analoghe erano presenti in Liguria. A Loano, i bambini passavano di casa in casa chiedendo una porzione di minestra preparata per le anime dei defunti, che consumavano poi mantenendo il silenzio. In Abruzzo, a San Vito Chietino, i ragazzi questuavano invece chiedendo l'elemosina per le anime dei morti, ricevendo legumi già cotti.

Anche nel Meridione erano diffuse consuetudini simili. In Irpinia, per esempio, i bambini chiedevano nelle abitazioni i ceci cotti destinati alle anime dei defunti, distinguendoli simbolicamente da quelli crudi, riservati a loro stessi. In Calabria, invece, il 2 novembre i piccoli questuanti raccoglievano pane e fichi secchi, mentre i poveri ricevevano alimenti e denaro dalle famiglie più abbienti.

Il quadro restituito dalla documentazione è quello di una tradizione diffusa, ma tutt'altro che uniforme. Cambiavano i protagonisti, le date, i prodotti offerti e le formule utilizzate. Rimaneva però un elemento comune: il dono non era considerato una semplice elemosina, ma un gesto attraverso il quale si manifestava rispetto verso i defunti e si manteneva simbolicamente vivo il legame con loro.

Il caso della Sardegna: su mortu mortu, sas ànimas e su Purgatoriu

È proprio nell'Isola che Mannia individua una delle espressioni più significative di questo patrimonio rituale. A differenza di quanto accaduto in gran parte delle altre regioni italiane, dove le questue infantili si sono progressivamente ridotte o scomparse, in Sardegna queste pratiche risultano tutt'oggi ampiamente osservabili, pur con qualche variazione rispetto al passato.

La loro diffusione è testimoniata anche dalla varietà delle denominazioni, che cambiano a seconda della zona e della variante linguistica. Nel Nuorese, a Bolotana, Lei, Silanus, Orotelli, Oniferi e in diversi altri centri si parla di "su mortu mortu", espressione che in alcuni centri del Logudoro, come ad esempio Pattada, la variante locale "su moltu moltu". Nei paesi della Baronia, tra cui Loculi, Irgoli, Onifai, Galtellì, Orosei, Siniscola e Dorgali, è invece diffuso "peti coccone". A Orani la questua prende il nome di "s'animedda", mentre a Orune e Mamoiada si parla di "sas ànimas". A Ovodda, Fonni e Lodè è conosciuta come "su Purgatoriu".

Il rituale che, ribadiamo, oggi sopravvive seppur con alcune variazioni, seguiva generalmente uno schema riconoscibile. I bambini uscivano nelle prime ore del mattino oppure nel pomeriggio, spesso in gruppo, attraversando le strade del paese e bussando alle abitazioni. La richiesta veniva accompagnata da filastrocche e formule tramandate dalla tradizione, mentre le offerte erano raccolte in federe di cuscino, cesti e sacchetti. Con il passare degli anni sarebbero comparsi anche contenitori più moderni, come zaini scolastici e buste di plastica.

I doni erano soprattutto alimentari: frutta fresca e secca, noci, nocciole, castagne, fichi, pane, formaggi e dolci preparati appositamente per la ricorrenza. Tra questi ultimi avevano un posto importante i papassinos, insieme ai pani cerimoniali, talvolta modellati con forme antropomorfe o raffiguranti animali. In alcuni paesi, ai prodotti si affiancavano (e ancora accade) anche piccole somme di denaro.

La profondità storica di queste usanze emerge dalle testimonianze riportate dall'antropologo. Già nel 1850 Vittorio Angius descriveva a Siniscola i bambini che, il 2 novembre, si recavano dai parenti e dai conoscenti chiedendo su peti coccone, ricevendo in cambio uva passa e fichi secchi. Alla fine dell'Ottocento anche Grazia Deledda documentava a Nuoro su mortu mortu, raccontando dei gruppi di bambini e ragazze che, nella giornata di Ognissanti, giravano per le abitazioni chiedendo i dolci preparati per l'occasione.

Particolarmente significativa è la testimonianza raccolta a Orune. Qui, durante la questua di sas ànimas, i bambini ricevevano non soltanto dolci e frutta secca, ma anche particolari pani antropomorfi, modellati a forma di bambolina o di uccellini. Il significato di queste offerte emerge dalle parole degli informatori intervistati da Mannia: i prodotti venivano preparati per essere destinati alle anime dei defunti e i bambini stessi erano considerati loro rappresentanti. Non a caso, quando nessuno si presentava a questuare, si riteneva che anche le anime non fossero state soddisfatte.

Non soltanto bambini: i sagrestani, i poveri e i becchini

Un altro aspetto particolarmente interessante riguarda il coinvolgimento di figure diverse dai piccoli questuanti. In diversi centri sardi, il primo e il 2 novembre erano anche i sagrestani, i chierichetti, i becchini e i poveri a percorrere le strade dei paesi per raccogliere offerte.

A Benetutti, per esempio, la sera del primo novembre si svolgeva la questua di "s'immurti immurti", alla quale partecipavano i sagrestani insieme ai chierichetti. Il gruppo attraversava l'abitato dopo le funzioni religiose in cimitero, accompagnato dal suono di una campanella. Secondo le credenze raccolte dall'antropologo, insieme ai questuanti si muovevano simbolicamente anche le anime dei defunti. Per questo motivo, in alcune abitazioni si lasciavano le porte socchiuse e le luci accese, affinché le anime potessero entrare.

A Dorgali, invece, era il becchino, "su custode", a passare nelle case l'1 novembre, raccogliendo pane, formaggio e altre offerte destinate alle anime. Il dono rappresentava anche una forma di riconoscimento per il servizio svolto durante l'anno nel cimitero e per la sua funzione di custode dei defunti.

A Orosei erano invece le donne povere a chiedere qualcosa per le anime dei morti. I beni ricevuti, soprattutto il pane, venivano disposti sul tavolo di casa affinché, secondo la credenza popolare, i defunti potessero cibarsene durante la notte. E ancora: a Martis, nel Sassarese, i poveri ospitati nelle strutture religiose del paese giravano per le abitazioni, raccogliendo pane, lardo, salsicce e formaggio da dividere successivamente tra loro.

Queste testimonianze mostrano come la questua non fosse soltanto una pratica legata all'infanzia, ma un vero e proprio sistema di relazioni che coinvolgeva l'intera comunità. Le offerte ricordavano i defunti, garantivano un sostegno ai più bisognosi e, in alcuni casi, rappresentavano anche una forma di ricompensa per chi prestava durante l'anno servizi alla collettività.

Nel confronto proposto da Mannia emerge così il significato più profondo di queste tradizioni: il passaggio dei questuanti nelle abitazioni non era soltanto un'occasione per ricevere cibo e doni, ma un momento nel quale la comunità riaffermava il proprio legame con i morti, rinnovando attraverso gesti concreti la memoria degli antenati e il senso di appartenenza collettiva.