C’è un momento, nel buio del teatro, in cui il respiro di mille persone sembra fermarsi all’unisono. Accade quando la voce di Pablo Trincia si abbassa, si fa confidenziale e tagliente, trasformando la cronaca nera in una tragedia greca moderna.

"L’Uomo Sbagliato", prodotto da "Ventidieci" e in scena il 4 e 5 maggio a Cagliari e il 6 a Sassari, non è solo un evento: è un terremoto emotivo che ha registrato un prevedibile - ma non per questo meno impressionante - doppio sold out.

Trincia si conferma tra i migliori narratori e giornalisti di inchiesta che l’Italia possieda. Lo aveva già dimostrato con l’inquietudine di "Veleno" (dove aveva ricostruito il caso dei "Diavoli della Bassa modenese"), con il dolore collettivo de "Il Dito di Dio" (sulla tragedia della Costa Concordia) o la profondità di "Dove nessuno guarda" (sul caso di Elisa Claps).

E qui, sul palco, la sua capacità di tessere fili invisibili tra passato e presente raggiunge una nuova vetta di maturità.

Questo debutto teatrale non è però un semplice monologo. Scritto insieme a Debora Campanella (con il contributo di Martina Cataldo), lo spettacolo si trasforma in una vera e propria "inchiesta dal vivo". Trincia non è solo sul palco: è accompagnato da un apparato multimediale fatto di audio originali, video d'archivio e documenti processuali che proiettano il pubblico direttamente dentro il faldone di un’indagine sporca. È un linguaggio nuovo per lui, che rompe la barriera del microfono per cercare il contatto visivo, per sentire il brivido della platea che vibra a ogni nuova rivelazione.

La storia raccontata ha radici che affondano in un tempo lontanissimo, testimoniate da una stele nera, custodita al Louvre: il Codice di Hammurabi. È il primo insieme di leggi scritte della storia, eppure nasconde un’insidia brutale sintetizzabile con "Nel caso di una disputa, deciderà il fiume."

Se l’accusato sopravviveva alle acque, era innocente; se annegava, era colpevole. Trincia ci suggerisce, con una punta di amara ironia, che forse quel fiume non ha mai smesso di scorrere, infiltrandosi tra le scrivanie dei nostri tribunali moderni.

Uno dei punti più forti del racconto è la decostruzione del luogo comune sui piccoli paesi. Quei borghi dove si dice che non succeda mai niente. La cronaca, invece, ci insegna che il male spesso non sceglie le metropoli caotiche, ma si annida proprio lì, tra le persiane socchiuse delle province silenziose.

Il caso di partenza è l'omicidio di Celeste Commesatti, avvenuto nel 1995 a Palagiano, paesino in provincia di Taranto. La macchina giudiziaria ha dato il peggio di sé, tra rilievi sulla scena del crimine condotti con assoluta incompetenza (per giunta sotto le telecamere delle televisioni locali) e castelli di sabbia costruiti su confessioni non veritiere estorte con metodi brutali.

Il finale, soddisfacente per la Procura della Repubblica, porterà alla condanna di Vincenzo Donvito e Giuseppe Tinelli.

Vincenzo, schiacciato da un peso troppo grande per la sua fragilità, sceglierà di impiccarsi in cella con le lenzuola, nel 2005. Un grido di innocenza, rimasto soffocato per anni, mentre Giuseppe resta a guardare il mondo da dietro le sbarre di un carcere, spettatore impotente di una vita che gli viene rubata giorno dopo giorno per un reato mai commesso.

L'indagine di Pablo si snoda attraverso 15 porte, dietro le quali si trovano 15 donne e altrettanti casi. Un labirinto di vite spezzate che rivela un filo rosso spaventoso: i protagonisti di questo incubo, a partire proprio da Donvito e Tinelli, sono tutte persone povere. Economicamente, socialmente, culturalmente. Persone senza i mezzi per proteggersi da una macchina giudiziaria che, una volta individuato un "colpevole comodo", smette di cercare la verità.

​Il momento più alto è il confronto tra il momento di ritrovata umanità del vero colpevole, Ezzedine Sebai (dopo aver appreso del suicidio di Vincenzo Donvito), e la freddezza del sistema.

Il mostro che uccideva le vecchiette, l'assassino disturbato, si rende conto che, a causa dei suoi crimini, degli innocenti soffrono in galera. Decide pertanto di confessare tutti i delitti di cui si era macchiato, dimostrando quasi più umanità e senso di giustizia di chi, nei palazzi di giustizia, ci lavora dopo anni di studi ma preferisce ignorare i fatti per non ammettere un grave errore.

Prima che si chiuda il sipario, il narratore torna bambino. Cita il mito del vaso di Pandora, ascoltato da piccolo su una vecchia cassettina della De Agostini: dal vaso uscirono tutti i mali del mondo, ma sul fondo rimase, piccola e luccicante, la speranza.

​Quella speranza è la piccola luce che Pablo ha visto brillare negli occhi di Giuseppe Tinelli, un uomo che - nonostante tutto - aspetta ancora con speranza che un giudice pronunci finalmente le parole che gli restituiranno la dignità, confermando che - purtroppo - lui è solamente... l'uomo sbagliato.