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Sono diventati una presenza ricorrente nelle cronache e nelle discussioni sui social. Li chiamano maranza, spesso senza troppe distinzioni: ragazzi che si muovono in gruppo, vestono in modo appariscente e ostentano atteggiamenti da duri. Un'immagine che negli ultimi anni si è sovrapposta sempre più spesso a quella delle aggressioni, delle risse e degli atti vandalici, ma fermarsi a questa rappresentazione rischia di lasciare fuori una parte importante del fenomeno.
La parola, in realtà, circolava già da tempo. Nasce nel gergo delle periferie milanesi degli anni Ottanta e indicava i ragazzi di strada, quelli che si distinguevano per un abbigliamento vistoso e un certo modo di atteggiarsi. A riportarla al centro dell'attenzione, trasformandola in un'etichetta conosciuta in tutta Italia, sono stati soprattutto i social. Su TikTok il cosiddetto maranza-core ha trovato spazio attraverso video, musica trap e drill, abiti sportivi, borselli a tracolla e marchi esibiti senza particolare attenzione alla loro autenticità.
Il fenomeno è finito sotto i riflettori anche per episodi slegati da mere questioni di moda. Nell'estate del 2022, a Riccione, gruppi di giovanissimi avevano creato disordini e preso di mira cittadini, turisti e altri ragazzi. Più recentemente, a Milano, le tensioni del 17 ottobre e i saccheggi del giorno successivo hanno riportato l'attenzione sulle manifestazioni di violenza di alcuni gruppi.
Resta però da capire chi siano questi ragazzi e cosa li spinga a riconoscersi in un gruppo. L'etichetta viene utilizzata per indicare adolescenti e anche preadolescenti, spesso associati alle periferie e a una determinata cultura di strada. Per molti di loro, la compagnia non è soltanto un modo per trascorrere il tempo: può diventare uno spazio in cui trovare riconoscimento e sentirsi parte di qualcosa. In contesti segnati da difficoltà familiari ed economiche, precarietà e pochi luoghi di aggregazione, il gruppo può assumere un peso ancora maggiore.
Anche i social hanno una parte in questa storia. TikTok ha contribuito a rendere riconoscibile il fenomeno, diffondendone linguaggio, abbigliamento e comportamenti. In alcuni casi l'esibizione diventa provocazione, in altri si trasforma in ironia e autoironia. Ma la visibilità digitale può anche alimentare l'emulazione e rendere popolari modelli di comportamento aggressivi.
Condannare chi aggredisce, minaccia o devasta è necessario. Questo, però, non dovrebbe impedire di guardare oltre il singolo episodio. Non tutti i ragazzi identificati come maranza sono responsabili di reati, così come non ogni manifestazione di disagio può diventare una giustificazione per la violenza.
Il punto è proprio tenere insieme queste due realtà. Servono interventi contro chi commette atti illegali, ma anche un lavoro che coinvolga famiglie, scuole, istituzioni e luoghi di aggregazione. Perché se ci si limita a intervenire quando una vetrina viene distrutta, senza interrogarsi su cosa succede prima, si rischia di ritrovarsi ogni volta al punto di partenza.

