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Emigrati sardi in America: "La Sardegna che non c'è" di Andrea Balestrino. L'INTERVISTA

"A volte ti guardi negli occhi, senza dire mezza parola, entrambi sapete che siete sardi"
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del 17/03/2017
di Cristina Tangianu

“Vorrei che questo video aiutasse nonni e genitori a riflettere sul fatto che figli e nipoti dovranno fare sempre più valige per sperare in una crescita professionale che oggi l’Isola ti nega prepotentemente”.

E’ forse questa la frase che più mi ha colpito nel corso dell’intervista ad Andrea Balestrino, 30enne cagliaritano, il cui lavoro in una multinazionale che opera nella progettazione, produzione e manutenzione di componenti e sistemi per l'aeronautica civile e militare, lo porta a conoscere posti nuovi, a scoprire luoghi ancestrali e incontrare tanti, ma tanti sardi che hanno lasciato la Sardegna per l’America soprattutto per sfuggire a una disoccupazione certa.

Una frase che ha un richiamo malinconico e un eco stridente. Parole forti, sentite e pronunciate da chi oggi è un emigrato sardo e che dovrebbero far riflettere non solo chi in Sardegna ci vive, ma soprattutto una classe politica troppo poco attenta, sulla scia di quella nazionale, rispetto all’esigenza primaria di creare opportunità di lavoro per trattenere nella propria terra i propri figli.

Andrea ci fornisce forse spunti su cui ragionare attraverso un backstage di un documentario in fase di realizzazione, “La Sardegna che non c’è”, grazie al quale le distanze tra chi è rimasto e chi è andato via si assottigliano notevolmente.

Il tutto fa parte di un grande progetto che Andrea ha in mente e che oggi  ci vuole svelare.

 

Allora, Andrea, quale è la Sardegna che non c’è ?

“È quella che scopri quando vai via. Con la distanza e la nostalgia, ti svegli dal torpore, aguzzi ingegno, spesso apri semplicemente gli occhi e vedi che sull’Isola stiamo sbagliando tutto. Ci manca una visione e un sogno comune, e sopratutto il coraggio e le competenze per crederci. È la Sardegna che non c’è, è quella forte delle proprie meraviglie, orgogliosa di mostrarle, di renderle accessibili. È quella che sta aperta tutto l’anno. È quella consapevole dei propri limiti, del fatto che non sarà l’industria chimica a salvarci dallo spopolamento. Ecco perché bisognerebbe smetterla di parlare per anni di Alcoa, E.on, Eurallumina. Noi siamo qualcos’altro. Siamo quelli che si arrabbiano quando scoprono che in gran parte d’Europa non sanno cosa abbiamo da offrire, perché un buon marketing non lo abbiamo mai fatto. La Sardegna che non c’è si fa rispettare in tema di trasporti; in quanto Isola dovrebbe essere il primo pensiero ogni mattina. La Sardegna che non c è non dice sempre di NO a tutto e tutti, ma sa che lo sviluppo passa per una crescita turistica importante, un compromesso che prima o poi dovremo avere il coraggio di fare.”

Come nasce l’idea del documentario?

“Il lavoro mi porta a viaggiare tanto. L’ idea nacque una sera dello scorso Giugno a Chicago, in trasferta con due miei colleghi. Alla ricerca di un ristorante italiano capitammo per caso a “Volare restaurant”. Appena entrati scoprii che il locale non era semplicemente italiano, ma era sardo e tutto accadde per puro caso. Benito Siddu, il proprietario partito da Villamar 35 anni fa, mi trattò come un suo nipote e non ci fece pagare un dollaro. Non potemmo neppure guardare il menù, cucinarono e basta. Come un invito a cena da un amico di famiglia. Decisi quel giorno che dovevo raccontare quella storia, prenderla come una metafora per spiegare i sardi e la Sardegna. Volevo raccontare tante altre storie che avevo già vissuto o che avrei scovato durante i miei viaggi. È quello che sto facendo.”

Quale è l’aspetto che maggiormente vuoi sottolineare attraverso il documentario?

“Questo progetto spero diventi una cosa più grande di me. Magari una nuova linea politica. Ho alcuni messaggi da dare, forse resteranno solo mie opinioni, forse no. Mi faccio aiutare dalle voci di chi come me vede tutto da fuori. Vorrei che questo video fosse una campanella per tutti. Aiutasse nonni e genitori a riflettere sul fatto che figli e nipoti dovranno fare sempre più valige per sperare in una crescita professionale che oggi l’ Isola ti nega prepotentemente.”

Cosa ti spinge a voler raccontare la storia di tanti emigrati sardi?

“Mi sto concentrando sulle emozioni che vive chi sta lontano. Sul fatto che puoi togliere un sardo dalla Sardegna ma non toglierai mai la Sardegna da un sardo. Mi accorgo che in giro è pieno di storie di successo, come se quando partissimo realizzassimo finalmente che al posto che camminare sempre in prima sappiamo ingranare altre quattro o cinque marcie. Partire non è negativo, tutti i sardi che incontro sono fieri e orgogliosi del loro cammino. Il problema è partire senza poter scegliere: diventa un obbligo per la tua ambizione.

C’è un collegamento tra i tuoi studi e l’idea di questo film?

“Nel video vorrei dedicare un apposito spazio all’argomento Università in Sardegna. Io ho studiato ingegneria meccanica a Cagliari per il triennio e ingegneria gestionale a Bologna per la specialistica. I primi dicono che i secondi sono ingegneri farlocchi. Probabilmente è anche vero, ma sono quelli che interpretano, analizzano e guidano le strategie e il successo delle aziende. Rispondo alla tua domanda in modo che chi legge possa unire i puntini. A Bologna ho imparato che in qualsiasi contesto ci si trovi la vera differenza la fanno le persone, quelle che scegli e quelle che non scegli. È sempre meglio prendersi onesta e trasparente cura delle persone in un’ organizzazione. Ho imparato che per avere un successo duraturo devi puntare su qualcosa che i tuoi concorrenti non possono emulare. Lo chiamano core businnes, devi riconoscerlo e investirci tante risorse. Credo che la Sardegna ancora non sappia quale sia il suo. E sono convinto che per governare l’ Isola scegliamo sempre le persone sbagliate. Forse perché per ora non ce ne sono altre.”

La maggior parte delle persone che hai incontrato perché hanno lasciato la Sardegna?

“Ti ringrazio per questa domanda. Sino ad ora ho incontrato 14 persone di ogni età e dal background molto eterogeneo. Tutte negli Stati Uniti. Persone partite 50 anni fa, altre da appena qualche mese. Trascuriamo la fisiologica percentuale di quelli che sono partiti per inseguire la persona amata, che è il movente più forte che ci possa essere e credo che sempre lo sarà! Gli altri in realtà non hanno lasciato la Sardegna, bensì è la Sardegna che ha lasciato loro. È selvaggia e crudele in questo, ha detto loro che non c’era abbastanza spazio per il talento, l’ambizione e per la professionalità che si erano costruiti.

Eppure spazio fisico ce n è tanto essendo la regione a più bassa densità di popolazione in Italia. Credo che l’ Isola spesso lasci andare il meglio, con la più letale delle emorragie. C’ è qualcuno che resta, e realizza grandi cose. Sarei fuorviante se dicessi il contrario. Sono pochissimi e a loro va un’enorme stima, perché crescono piantine nel deserto. Ci sono quelli che restano e si accontentano, a loro non va la mia critica. Anche per quello ci vuole coraggio. È un argomento molto complesso.”

C’è una frase o un aneddoto che ti è rimasto maggiormente impresso che ti è stato raccontato?

“Me ne hanno raccontato di tutti i colori. Sicuramente non pensavo che l’ambiente di Hollywood fosse così popolato di sardi. Natalino a Los Angeles, presidente del circolo dei sardi in California, mi ha illuminato in tal senso: tanto che il compare, amico strettissimo di Arnold Schwarzenegger fa Columbu di cognome.

Veramente, ogni storia è speciale, ovviamente a Las Vegas ho trovato quella ad effetti speciali. Franco, 60 anni, lasciata l’ Isola a 17 ha letteralmente girato il mondo nelle condizioni più disparate! Sposato con una Giapponese conosciuta in Kenya, lui è partito dal niente e ora sta molto bene.”

Cosa ti ha lasciato a livello umano la prima tappa del viaggio in America?

“L’ America pur nei suoi problemi e nelle sue contraddizioni rimane ancora il paese delle opportunità per eccellenza. Il sardo in un ambiente del genere mette a frutto il meglio della sua fantasia imprenditoriale. A livello umano e personale, è stato molto speciale per me l’ incontro con Travis Diener, ex play maker della Dinamo Sassari. L’ ho trovato a Milwaukee nel Wisconsin. Travis ovviamente non è sardo ma ha dato e ricevuto tanto dalla Sardegna. Alcuni di questi personaggi li ho messi in agenda e spero di incontrarli tutti. Credo molto nei valori della pallacanestro e in quello che la Dinamo ha fatto in questi anni a livello di immagine per la Sardegna credo che sia qualcosa di magico. Il basket è un ambiente ancora sano, dove non predichi nel deserto bensì trovi terreno fertile per mostrare un’ immagine di successo della Sardegna. Parleremo anche di questo nel video.

Incontrarsi, per i sardi in America è come sentirsi un po’ a casa?

“Incontrarsi tra sardi ovunque, non solo in America, è qualcosa di magico. Veramente è un’ esperienza semplice che tutti dovrebbero provare. Nello specifico di questo progetto, spesso la disponibilità e l’entusiasmo con cui le persone mi raccontano la loro storia mi commuove velatamente. A volte ti guardi negli occhi, senza dire mezza parola, entrambi sapete che siete sardi. Mi è successo spesso anche con mezzi sardi. Dicono che abbiamo qualcosa negli occhi, in generale nel linguaggio non verbale. Nascono rapporti forti con estrema facilità. Ed è così strano perché poi spesso in Sardegna non siamo capaci di far squadra oppure letteralmente ci spariamo per un cavallo, una mucca o una pecora.”

Andrea con Francesca (oggi vive a Santa Monica) ed Eleonora (Long Beach)

Andrea con Natalino, 72enne di Assemini.

Franco, da Sassari a Las Vegas

Andrea e Paolo, da Sant'Antioco a Huston

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